Il Monastero e Santuario di Santa Maria del Piano: origine spirituale e cuore storico di Episcopia
A circa tre chilometri dal centro abitato di Episcopia, tra le ondulazioni della Valle del Sinni, sorge il Monastero di Santa Maria del Piano, autentico scrigno di storia sacra, memoria comunitaria e architettura religiosa.
Non è soltanto un luogo di culto: è il nucleo fondativo dell’identità stessa del territorio. Secondo la tradizione storica locale, il monastero costituì infatti il primigenio nucleo abitato di Episcopia, quando il paese, nell’anno della sua fondazione indicato nel 952 d.C., non esisteva ancora nella forma attuale e nell’area era presente soprattutto un castello fortificato sulle sponde del fiume Sinni.
Il santuario rappresenta dunque un punto d’incontro tra l’eredità basiliana, la memoria feudale, la spiritualità monastica e la fede popolare. È un luogo in cui il sacro e la storia civile si intrecciano, restituendo ancora oggi il senso profondo delle origini di Episcopia.
Origini antichissime: tra spiritualità, fuga e rifugio
Le origini del complesso sono legate alla figura di San Cristoforo di Collesano e dei suoi figli spirituali Saba e Macario, monaci basiliani provenienti dalla Sicilia e in fuga dalle persecuzioni saracene. Prima di giungere nell’area di Episcopia, essi si stanziarono nella Valle del Mercure, dove fondarono importanti presìdi monastici, tra cui il monastero di San Michele Arcangelo nei boschi dell’odierna Viggianello e quello di Santo Stefano nei pressi dell’antica Laino.
Quando anche il corso del Mercure-Lao divenne insicuro per l’avanzare delle incursioni saracene, i monaci ripresero il cammino alla ricerca di un luogo più protetto. Giunti presso il castello di Episcopia, vollero edificare un’edicola votiva affinché il Signore custodisse e proteggesse quel territorio. Quella piccola edicola divenne presto un frequentato cenobio, conosciuto inizialmente con il nome di San Lorenzo in Valle.
Mentre San Macario rimase presso il monastero per curarne la gestione, San Cristoforo si ritirò in contemplazione in una località detta Asìa, identificabile con l’attuale area di Racìa. San Saba, invece, scelse un luogo più aspro e solitario, uno scoglio nel greto del fiume Sinni, che da lui prese il nome di Eremo di San Saba.
Alla morte di San Cristoforo, avvenuta nel 981 d.C., il santo volle essere sepolto presso un altare che aveva visto in sogno negli ultimi giorni della sua vita: con ogni probabilità, proprio l’altare del monastero sorto presso Episcopia. In seguito, San Saba e San Macario lasciarono il luogo per fondare altri monasteri, tra cui quello di San Filippo a Lagonegro e l’eremo di Oliveto Citra, affidando la guida di San Lorenzo in Valle a Luca di Demenna, figura legata anche alla fondazione del monastero di Sant’Elia a Carbone.
Con la fine della regola basiliana e la progressiva soppressione del rito italo-greco operata sotto i Normanni, il monastero passò all’ordine dei Cistercensi. È probabilmente in questa fase che l’antico San Lorenzo in Valle assunse il nome di Santa Maria del Piano, destinato a conservarsi nei secoli.
Arte e architettura: tra spiritualità monastica e memoria nobiliare
L’architettura del santuario riflette le diverse fasi della sua storia: la sobrietà delle origini monastiche, gli interventi successivi degli ordini religiosi, la devozione mariana e la presenza della nobiltà feudale locale.
Nel XVI secolo la chiesa fu oggetto di un importante rimaneggiamento generale. In questa fase venne realizzato un ciclo di affreschi attribuito a un artista probabilmente vicino alla scuola di Giovanni Todisco da Abriola. Le pitture, oggi purtroppo compromesse da infiltrazioni d’acqua dal tetto e da interventi inadeguati, raffigurano scene tratte dal racconto biblico del Diluvio Universale e testimoniano il rilievo culturale e religioso del complesso.
Lo stesso artista avrebbe lavorato anche al refettorio del chiostro, del quale restano solo poche tracce a causa del parziale crollo delle volte, e ad alcune porzioni della Chiesa di Sant’Antonio. Questi elementi confermano il ruolo del monastero non solo come luogo di preghiera, ma anche come centro di produzione artistica e spirituale.
Nel 1639 il marchese Ferdinando della Porta commissionò un importante intervento di abbellimento nella cappella del monastero. Fu allora posato un pregevole soffitto ligneo a cassettoni, nella cui cornice, al centro dell’arco, si legge ancora la celebre iscrizione latina:
“Terribilis est locus iste”.
La frase, tratta dall’Antico Testamento, richiama l’episodio del sogno di Giacobbe a Bethel, la “dimora di Dio”, dove il patriarca vide una scala salire dalla terra al cielo. Al risveglio, Giacobbe consacrò quel luogo con le parole: “Terribilis est locus iste! Haec domus Dei est et porta coeli”, cioè: “Questo è un luogo che incute rispetto! Questa è la casa di Dio e la porta del Cielo”.
Accanto all’altare, un epitaffio seicentesco conserva la memoria di Porzia Carafa, nobildonna dei Baroni di Marignanello e moglie di Francesco Della Porta, figlio del marchese Ferdinando. Le sue spoglie riposano nella chiesa di Santa Maria del Piano. L’affresco con lo stemma di famiglia, le insegne delle famiglie collaterali e il ritratto della nobildonna costituiscono ancora oggi una preziosa testimonianza della memoria feudale di Episcopia.
L’epitaffio, purtroppo non più integralmente leggibile a causa del deterioramento dell’intonaco, ricorda Porzia Carafa come marchesa di Episcopia e ne celebra le virtù, la discendenza e il dolore del marito Francesco Della Porta, che volle dedicarle quel monumento di amore e di memoria.
Dal passaggio agli Agostiniani Coloritani all’abbandono del cenobio
Nel 1610 il monastero passò dai Cistercensi all’ordine degli Agostiniani Coloritani, che lo ressero fino al 1750, anno del definitivo abbandono del cenobio da parte degli ordini monastici.
Un’importante testimonianza documentaria è offerta dal Catasto Onciario del 1753, nel quale si afferma che i beni del soppresso Convento dei Padri Coloritani di Santa Maria del Piano non erano soggetti a tassazione perché passati in beneficio del Regio Ospitale, o Reclusorio dei Poveri di Napoli. Ciò dimostra che, già dopo la soppressione, il complesso non apparteneva più ai monaci agostiniani, ma a un ente caritatevole legato alla città di Napoli.
Con le leggi eversive dell’Asse Ecclesiastico, emanate da Gioacchino Murat nel 1806, il complesso monumentale venne acquistato dal notaio Giuseppe Iannibelli. Nel 1909 gli eredi Iannibelli lo vendettero alla famiglia Donadio, insieme ai possedimenti terrieri compresi tra il Fosso di Mezzo, il Fosso del Monaco, la vetta della Pallareta e il fiume Sinni.
Luogo di culto e di popolo: la Madonna del Piano
Cuore pulsante della devozione popolare, il santuario è indissolubilmente legato alla figura della Madonna del Piano, venerata attraverso una statua lignea databile, sulla base dei suoi tratti artistici, tra il XV e il XVI secolo.
Secondo la tradizione, la statua sarebbe stata nascosta in un albero durante periodi di saccheggio e ritrovata miracolosamente da alcuni contadini. Da allora la Madonna del Piano è divenuta simbolo di protezione, identità e appartenenza per la comunità episcopiota.
La statua è custodita nel santuario ed è venerata con profondo trasporto. Ogni anno, dal 26 luglio, giorno di inizio della novena, fino ai giorni culminanti del 4 e 5 agosto, il monastero torna ad essere centro vivo della religiosità popolare. La festa in onore di Maria Santissima del Piano rinnova un legame secolare fatto di preghiere, canti, processioni, musiche tradizionali e partecipazione comunitaria.
Il 5 agosto, in particolare, la statua viene accompagnata in processione fino al centro del paese, in un cammino simbolico che unisce il santuario extraurbano al cuore abitato di Episcopia. È un rito collettivo che attraversa generazioni, restituendo ogni anno alla comunità il senso delle proprie radici spirituali.
Decadenza, sisma, restauro e rinascita
Dopo l’abbandono del monastero e il passaggio a proprietà private, il complesso visse un lungo periodo di declino. La cappella di Santa Maria fu in seguito donata dagli eredi della famiglia Donadio alla Parrocchia, con atto del notaio Tortorella di Lagonegro, affinché potesse essere restaurata.
Il sisma del 1980 decretò la chiusura della chiesa per inagibilità, interrompendo temporaneamente una tradizione devozionale che per secoli aveva animato il santuario. I lavori di recupero iniziarono con ritardo rispetto all’emergenza post-sismica, ma furono infine portati a termine attraverso un risanamento conservativo realizzato d’intesa tra la Soprintendenza ai Beni Artistici della Basilicata e la Curia Vescovile di Tursi-Lagonegro.
La chiesa fu riaperta al culto il 26 luglio 2006, proprio in occasione dell’inizio della novena alla Madonna. Da allora, salvo la lunga parentesi dei lavori successivi al terremoto, la devozione mariana è tornata a vivere regolarmente nel santuario, fino al culmine della festa del 4 e 5 agosto.
Oggi Santa Maria del Piano, pur segnata dalle ferite del tempo, è stata riconsegnata alla collettività come luogo di preghiera, pellegrinaggio, memoria e identità condivisa.
Un’eredità sacra nel cuore della Lucania
Il Monastero di Santa Maria del Piano non è soltanto un monumento religioso. È un testimone vivente di una storia fatta di migrazioni sacre, spiritualità basiliana, arte, potere feudale, devozione mariana e fede popolare.
È il simbolo del legame profondo tra Episcopia e le sue radici spirituali, un luogo in cui il sacro e il quotidiano si intrecciano, dove la memoria dei monaci, dei nobili, dei pellegrini e del popolo continua a parlare.
In questo angolo della Lucania, tra il fiume Sinni e le alture che custodiscono il paese, Santa Maria del Piano resta ancora oggi una vera “porta del cielo”: casa di Dio, custode della memoria e cuore antico della comunità episcopiota.